“Lamentazione per la morte di una micia” di Paolo De Benedetti

È morta la buonissima gatta. L’aveva portata un muratore tredici anni prima, nuova e garantita come gatto.

 

C’era la guerra e scendeva nei rifugi con i grandi. Aveva molti nomi, ogni anno uno nuovo: Genoviefa come la sorella di De Sanctis, Ciandramisa perché il suo famoso pelo soriano color nuvola quando si sedeva in una angolo buio era tutto chiaro come la luna, che in sanscrito si dice ciandra (e misa è dialettale per micia).

 

Si chiamava anche chatulì, che in ebraico significa gatto mio, Bambillona e Megalona, come la dama di un racconto medievale. Ma i suoi nomi veri che accettava e capiva erano Ciociò (il gatto di Salvatore Di Giacomo) e semplicemente Miciona: e davvero era un gatto grosso, grande e nobile.

 

Negli ultimi anni si era fatta magra e minuta come una pelliccia vuota, presbite quasi cieca, ma gli occhi più belli, grandi e vividi e neri, pareva vedessero le intenzioni.

 

Passava le giornate in giardino felicissimamente, un po’ al sole un po’ all’ombra sotto le foglie del rabarbaro e i fiori degli oleandri.

 

Quando sedevo sulla panca, mi sentiva ovunque fosse e spuntava camminando sulla ghiaia con il fastidio di una persona scalza; alzava le zampe per saltar su, e annaspava nel vuoto.

 

Allora battevo sul legno, guidata dal rumore saliva agile, e si rotolava contro la mano. Il cane nero che uccide tutti i gatti del mondo la festeggiava con la coda; m a lei non capiva ove fosse e gli sbatteva contro: fermo fermo [sic] il cane, per non spaventarla non girava neppure la testa, la gatta apriva la bocca e soffiava (da qualche tempo si accontentava di un simbolo).

 

È andata a morire in luogo occulto, la gatta che non usciva e amava la solitudine dei vecchi, amava il silenzio e le zucche cotte. La vita tra gli uomini l’aveva trasformata, di gatto conservava solo la vaghezza e la sapienza, per il resto era diventata una persona, e me la sentivo accanto come una specie di parente strettissimo e magico. Ora ha varcato l’Acheronte e cammina con incerto passo in un buio che la cecità le ha reso familiare.

 

Le vengono incontro le ombre come al morto Tibullo; tante piccole ombre, tutti i suoi gattini, e i due mici bianchi e neri, Pionguino I, e Pinguino II che amava sedere in una bacinella bagnata, e visse poco e male tra morbi di ogni genere; e l’ombra austera dello stornello parlante che le tirava le orecchie col becco, la chiamava per nome sgridandola con furia e le beccava il naso; e l’altro stornello che morì per una mosca avvelenata e le saliva sulla schiena per essere più vicino alla stufa; e gli spettri informi di tutti i piatti rotti da lei, come quarti di luna. Una fetta della mia vita sento ch'è passata ora che la gatta non c'è più a tenere insieme gli anni come il filo di una collana.

 

Mi appare il suo fantasma piccolino, sulle poltrone, o sul frigorifero ove consumava al sicuro i suoi lentissimi, intermittenti e sofistici pasti, e sento il suo saluto grazioso, e il rumore dei sassolini pestati dal suo passo quando mi seguiva qua e là. Ogni uomo in qualche cosa ha peccato è si è reso meno grato; ma un animale non può mai essere indegno dei nostri sentimenti.

 

Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia, perché i sogni sono oltre l'Acheronte e i morti vi possono entrare senza che Orfeo debba trarli fuori con incantesimi e musica. Verrà certo, perché tra gli animali non si troverà bene, lei così poco animale: sognerò un cuscino, perché vi si possa accomodare, e una foglia di rabarbaro per l'ombra.

 

QINÀ II Oh se Lei, gentile lettore, potesse sapere com’era questa gatta! Soriana pura, ma tendente alla nuvola o al fumo del focolare, con una testa bella grande (ma non piatta e larga come nei maschi più materiali), con occhi gialli, naso rosso-gomma, polpastrelli neri, anime – sette – candide e gentilissime. Il ricordo mi intenerisce, ma non voglio parlarne perché non finirei, e ne darei un’idea ben pallida.

 

Le dirò solo che questa gatta, che trascorse i suoi giovani anni insieme a uno stornello parlante che la chiamava per nome (diceva solo «Micia», perché era un tipo arido), ebbe molti figli, benché sempre pochi alla volta per buon gusto, moderazione, cura del loro benessere e riguardo verso di noi.

 

Il suo primo e più famoso figlioletto si chiamava – ed era – Pinguino, molto caro agli dèi, come dimostra la sua biografia. La mia grande Micia si esprime con il geroglifico della dea Bubasti, e il suo astro è la luna, che non solo entrava in uno dei suoi nomi (Ciandramisa), ma ne imitava il pallore e il chiarore, e la ospita ora, defunta o forse solo sparita, fino al giorno in cui risorgeremo e il Signore ci restituirà molti animali, almeno quelli che ci hanno rapito il cuore.

 

Vorrei trovare fra questi anche la gazza, unico essere capace di spaventare lo stornello, e il cane nero, che aveva paura della gatta che aveva paura dello stornello che aveva paura della gazza; e i sei gatti di un piccolissimo giardino sotto la mia finestra, sui quali facevo piovere ossi di pollo poco spolpati, come già piovvero quaglie sul popolo d’Israele nel deserto; e il gatto maestoso e ingenuo del negozio che si poneva da sé nello scaffale fra le merci in vendita.

 

QINÀ II («All murder’d», William Shakespeare, Richard II, Act iii, sc. ii) Non posso dire di più, per non trasformare in catalogo un panegirico. Di questa Micia ho ancora il ritratto e il tappetino, come Eliseo il mantello di Elia, e glieli potrei mostrare. Ma con quale risultato? Perciò mi creda, gentile lettore, senza sforzarsi invano di immaginare cose che sono serrate nel tesoro del mio ricordo. 


Paolo De Benedetti, Nonsense e altro, Libri Scheiwiller, 2002

 

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